“Un professionista della comunicazione per gestire le nostre pagine Social, scrivere e aggiornare i testi del blog, sito web compreso?

No, grazie. Facciamo da soli”

 

La risposta di una famosa imprenditrice della ristorazione – il cui nome, ovviamente, tacerò – non deve affatto sorprendere.

Sono molte le persone, più o meno in vista, che credono di poter avventurarsi su Facebook, Instagram, Tik Tok e fratelli cantanti solo perché sanno scattare due foto e padroneggiamo un pochino la lingua italiana.

Nel mio mestiere, di questo si tratta, ho incontrato industriali talmente illuminati che già alla fine degli anni Ottanta immaginavano un mondo di parole capace di valicare ogni confine strutturale e virtuale.

Veri e propri capitani delle rispettive aziende in grado d’intercettare sentimenti e sfide prima di chiunque altro.

Poi, il clima si è fatto afoso e gli interlocutori prepotenti.

Facebook e i Social in genere ne hanno acuito la percezione e i leoni da tastiera crescono a ogni piè sospinto. 

Siamo in democrazia – ancora – e come tali possiamo decidere in piena libertà come investire sul futuro, specie se al timone d’imprese o quali fautori di idee e innovazioni: nessuna esclusa. 

Non ho la presunzione di conoscere tutto del mondo che ruota attorno al grande circo della comunicazione; ma in 37 anni di lavoro quotidiano qualcosa credo d’averla imparata.

Pertanto, mettere il mio bagaglio di conoscenze a disposizione di chi intende costruire un percorso incentrato sulla crossmedialità – termine un po’ roboante – fa parte della normalità.

Di chiunque interagisca con il circostante.

E adesso veniamo al perché può essere utile – può, non deve – affidarsi ai professionisti della comunicazione in qualunque circostanza si debba presentare, descrivere, raccontare un prodotto artigianale, una singola azienda, un vino, un’eccellenza della cucina regionale, un hotel e via discorrendo…

Proviamo a ragionare per punti.

Il primo:

“Un buon imprenditore sa esattamente cosa vuol comunicare al proprio pubblico e quindi come chiedere al professionista – in questo caso parliamo di un media consultant o un ufficio stampa – di evidenziare i pregi, le peculiarità e le caratteristiche di quanto lui propone sul mercato.

Se a priori manca quest’aspetto, inutile investire nella comunicazione: chi non conosce vizi e virtù della propria realtà è il peggior nemico di sé stesso. E in più butta quattrini.”

Il secondo:

“Chi fa impresa in modo serio valuta sempre il rapporto costi-benefici.

Ovvero, investire in comunicazione mirata conduce a ottenere certi risultati.

Se questi risultati non arrivano la comunicazione è sbagliata oppure è sbagliato il comunicatore scelto.

Altrettanto vero è il non affastellare sulla scrivania decine e decine di CV con la convinzione di trovare il massimo spendendo quattro spicci.

Il terzo:

“Troppa celebrità rischia di danneggiare impresa-imprenditore e penalizzare i comunicatori “locali”.

Per quale assurdo motivo vengono reputati bravi solo i comunicatori che vivono nelle grandi metropoli, lavorano all’interno di mastodontiche agenzie e vergano le mail di connessione rapida con gergo da astrofisici?

La risposta sfugge.

Eppure, se il professionista vive e lavora a Roma e Milano si è convinti sappia “parlare” meglio di vini, formaggi, alberghi, chef, cucina vegetariana, vegana, per celiaci, chetogenica, automobili, aerei, navi da crociera, barche di lusso, gioielli, pellicce…

Quando, magari, di un prodotto o servizio ha visto solamente la confezione, l’ha assaggiato distrattamente o sul cantiere ci è stato una volta appena.

Il comunicatore di prossimità – diciamo a chilometro zero? – non è meno capace di quanti stanno a 500 chilometri e pretendono il triplo per lo stesso, identico impegno.

Se un lavoro vale 50, perché pagarlo 150 solamente in virtù della domiciliazione del professionista?

Chi è bravo è bravo!

Il quarto:

“Un comunicatore serio non trascrive “paro paro” il verbo dell’imprenditore, bensì lo segue, osserva tutto, ordina per priorità e propone.

L’affiancamento è basilare: essere sul posto fisicamente aiuta.

Guardarsi negli occhi aiuta.

Confrontarsi a tu per tu aiuta.

Le videocall lunghe due ore, noiose e senza “pathos”, lasciamole ai giorni dell’infuenza e alle esigenze improcrastinabili (Milano-Los Angeles).

Non diventino una regola assurda e faticosissima.

Viviamoci di più.

Il quinto:

“Ognuno faccia il proprio “mestiere”. L’imprenditore faccia l’imprenditore/cliente e il comunicatore faccia il comunicatore/prestatore d’opera: non sono binari intercambiabili. Si rischia la confusione e l’alienazione.

Il sesto:

Comunicare vuol dire esserci.

Ma comunicare bene vuol dire esserci e fare la differenza.

Il tema dei linguaggi da scegliere andrà di conseguenza.

E possibilmente evitando errori di grammatica. 

Il settimo e ultimo:

“Chi fa comunicazione sui Social non trascuri il web, la carta stampata, la radio, la tv e i blog.

Ripetiamo insieme: la crossmedialità e la “ripartizione” dei linguaggi sono il vero valore aggiunto.

Un ufficio stampa o un media consultant non sono tempo perso o soldi gettati al vento.

La qualità passa anche attraverso un post ben scritto, un blog ben curato, un sito internet che sa emozionare.

Le parole contano. Tanto.

E possono essere pugno o carezza.

A presto, Marco