Cosa ci fanno insieme un romano che vive in Salento, una marchigiana che vive a San Marino e una greca che vive a Milano, a Treviso?

Ci eravamo lasciati con una ricetta che abbinava le ciliegie alle patate e dunque oggi voglio continuare con un’altra ricetta stramba, diversamente non mi chiamerebbero “il cuoco per caso”.

Lo scorso anno vengo invitato dalla nostra Founder, Paola Di Giambattista alla prima edizione di Radikio festival, dove abbiamo incontrato un altro membro della nostra brigata editoriale Eleni Pisano.

Dopo varie consultazioni abbiamo trovato una ricetta da presentare a questo evento, ricetta che voglio questo mese condividere con tutti voi.

Partiamo con il dire che qui la parte fusion e pure l’inclusività se ne vanno a braccetto un po’ come “il cacio sui maccheroni”.

Abbiamo un piatto tipicamente salentino con un ingrediente protagonista del veneto, il radicchio.

Ciceri e tria con radicchio.

Non so quanti di voi siano stati in Salento, di certo se ci siete stati, anche solo una volta, avete avuto modo di assaggiarla, di gustarla e di leccarvi pure i baffi alla fine.

Ma cosa è la ciceri e tria?

Una minestra di ceci e pasta fatta in casa, la tria appunto.

Tipico piatto contadino del Salento.

La preparazione è molto semplice, dopo aver messo in ammollo per una notte i ceci secchi naturalmente, vi

vedo che eravate già pronti a scolare un barattolo e invece no… questo è un piatto lento, di quelli che si prepara con amore e devozione e con il tempo appunto.

Si procede cosi.

Un soffritto di sedano carota cipolla, un po’ d’aglio, rosmarino, e una foglia di alloro, vuoi non mettere un pezzetto di peperoncino fresco?

Lasciamo andare un po’ e poi mettiamo i ceci, Cher lasciamo cuocere lentamente, girandoli di tanto in tanto e aggiungendo del brodo vegetale.

Lasciateli riposare e cuocere lentamente finché non si ammorbidiscono, mescolate di tanto in tanto.

Nel mentre prepariamo la pasta.

Usiamo  farina di tipo 1 con farina di semola (una proporzione onesta è  1 di semola 2 di farina di tipo 1).

Tagliamo finemente il radicchio al coltello.

No non lo passiamo al mixer, sia mai che le lame ossidino il nostro protagonista del piatto.

Aggiungiamolo alle farine da crudo, prima  di impastare, aggiungendo acqua, fino ad ottenere un impasto elastico ma compatto , una presa di sale quella che basta e un po’ di riposo dell’impasto, venti minuti almeno.

Stendere l’impasto ad uno spessore di 3 o 4 mm e tagliare la pasta larga tipo una pappardella, non più lunga di 5 cm, pena la reclusione.

Quando i ceci saranno cotti spegniamo e lasciamoli riposare.

Cuociamo la pasta, tenendone una piccola quantità da parte  (e qui tenetevi forte), che verrà fritta e divisa per i vari commensali.

Ci siamo.

Momento poetico e di massima ispirazione: l’impiattamento e il coronamento dei nostri sforzi.

Direttamente dal coccio, pentolone tipico salentino, lascio scivolare la pasta delicatamente sui ceci in un elegante abbraccio.

Ora la tria sembra danzare con passione tra i sapori.

Su questo palcoscenico manca solo un ingrediente prima che sia apra il sipario, i riccioli di tria,  piccoli frammenti croccanti che creano in bocca un’esplosione di gusto .

Il pepe, rigorosamente fresco e macinato al momento, un tocco di audacia, una nota piccante, come il bacio rubato in una notte d’estate.

Sussurra segreti di aromi nascosti all’abbraccio avvolgente di pasta e tria.

Il prezzemolo, verde fresco, come un filo d’erba, on top, come una brezza leggera che sfiora il viso, e inonda i sensi di vibrante vitalità.

La pietanza è creata, miei commensali, un’opera d’arte che nutre l’anima e il palato, e avvicina i veneti ai salentini, i romani ai greci e gli stranieri tutti.

Buon desio.