“Il lupo perde il pelo ma non il vizio”.

Può sembrare fuori luogo rifarsi a questo motto per sottolineare quanto le vecchie abitudini, specie se negative, resistano all’incedere della contemporaneità. 

Comunicare attraverso le immagini, ne sanno qualcosa i vecchi cronisti e i giornalisti di lungo corso, è molto più potente ed efficace rispetto all’uso della parola.

Certo, quando non si disponeva di alcun supporto o non si poteva far ricorso all’intuizione del fotografo, il cerino della situazione rimaneva in mano agli inviati e quelli davvero bravi riuscivano a rendere la felicità o la drammaticità delle singole situazioni con la stessa nitidezza della reflex.

Recentemente ho scambiato quattro chiacchiere con alcuni operatori per cercare di capire meglio in che modo scegliessero gli scatti necessari a confezionare i materiali cartacei e completare, arricchire, rendere “speciali” i rispettivi siti web.

Morale?

È difficile scardinare consuetudini sedimentate negli anni, soprattutto quando si deve competere in un mercato sempre più agguerrito e che i circa tre anni di pandemia da Covid-19 hanno modificato non poco.

Lasciando a parte le considerazioni di stampo sociologico e sul cambiamento degli stili di vita da parte dei consumatori, soffermiamoci invece sul come, a partire dalla sfera turistica, vengono utilizzate le immagini fotografiche in ambito comunicativo. 

Che noia, ragazzi!

Un pochino d’inventiva non guasterebbe affatto.

Anzi, darebbe impulso all’emersione da certi immobilismi (il servizio fotografico si paga lo stesso!)

Traduciamo: il percorso è più o meno identico e replicato a spron battuto.

Esterno giorno/notte della struttura alberghiera, gli interni – dalla hall alla sala delle colazioni – gli spazi comuni, il giardino, la piscina (se c’è), il parcheggio, le varie tipologie di camere, sparuti dettagli rubati qua e là, il mare o la collina attorno. 

E da qualche parte pure la foto della famiglia proprietaria dell’hotel.

Se poi vi è la necessità di “muovere” le immagini, favorendo una lettura più tridimensionale e appetibile, l’inserimento di modelle e modelli è d’uopo.

Rivolto, spiegano, a migliorare il quadro d’insieme. Donne e uomini sempre di bell’aspetto, vestiti a seconda delle occasioni e dell’ambiente in cui agiscono.

Professionisti motivati dalla massima cura fisica e dall’estetica impeccabile: perché? Perché la vacanza – vogliamo provocare – è soltanto roba “da fighi”?

La risposta, assicurano gli interessati, è “No”, però fa “cool”. Occorre sorprendersi e sorprendere. L’effetto “Wow” dev’essere garantito. Piacersi e piacere diventano regole a cui sacrificarsi. 

Badate bene, le sensibilità “per fare altro” non mancano e alcuni operatori turistici lo hanno dimostrato.

Le conoscenze e i linguaggi appropriati idem: esistono (le parole sono importanti, vanno usate con cura).

Rimane tuttavia bordeline la capacità di esporsi pubblicamente mostrando – con la necessaria delicatezza – su carta e web immagini e scatti di testimonial o ospiti che non rappresentano la cosiddetta normalità.

In altre parole è ancora molto “faticoso” descriversi turisticamente utilizzando anche immagini – ad esempio – di testimonial e di ospiti con la sindrome di Down o in carrozzina.

Perché – e la tocco piano – non belli a vedersi?

Perché disturbano l’occhio? Perché suscitano commenti amari?

Perché l’effetto “Wow” si scontrerebbe con un moto di rifiuto?

Perché figli di un Dio minore? – prendo a prestito il titolo di un film del 1986 con William Hurt e la regia di Randa Haines -.

Ma la Riviera di Romagna non è la terra dell’accoglienza?

Non siamo stati noi i pionieri del turismo di massa?

Non siamo stati noi i fautori della vacanza per tutti, perché la vacanza è diritto di tutti, nessuno escluso? 

Mi fermo qua.